In viaggio con “Trenord”

Adriano ci ha appena salutato davanti la stazione.
Mentre si allontana cerchiamo un tabellone per capire da dove parte il treno.
Quello di Giovanni e Chiara: binario uno Ovest.
Il mio: uno Est.

Ciao, un rapido “sbaciuk” e ci separiamo.

Mi avvio lungo un cammino tortuoso e finalmente raggiungo il “marciapiede".

Il sole del pomeriggio avanzato picchia come se non dovesse mai tramontare e chi può si è già accaparrato tutti i posti dove aspettare all’ ombra.
Passo vicino a due “grasse signore dalla pelle abbronzatissima” (1)  complete di prole schiamazzante e mi allontano lungo il marciapiede.

Anche l’ ultima pensilina è già occupata da una coppia di fidanzatini che si tengono per mano. Mi fermo un po’ più in là per non disturbarli.

Il sole batte imperterrito, ma una brezza lieve mitiga il calore.

Laggiù in fondo, quasi fuori vista, compare il “Trenord” regionale e verde: una spece di merci incrociato con una littorina, squadrato, antifascista e disegnato al CAD.
Aspetta incerto, poi riprende ad avanzare piano. Si avvicina, scorre lungo la banchina, si ferma, apre le porte e libera un fiotto di varia umanità.

Attendo che la calca si esaurisca, entro nella motrice e scelgo un posto rialzato. Lo scompartimento rimane quasi vuoto. Occupo il sedile di fianco al mio con lo zainetto. Lo libererò, se ce ne sarà bisogno.

Il Regionale Bergamo - Brescia ferma a: Seriate, Albano Sant'Alessandro, Montello-Gorlago, Chiuduno, Grumello del Monte, Palazzolo sull'Oglio, Cologne, Coccaglio, Rovato, Ospitaletto-Travagliato, Brescia Est. I nomi in alto sul monitor, per un veneto, sono insoliti e un po’ alieni. Ci vorrà circa un’ ora di pazienza.

Un personaggio sale, si guarda intorno e occupa il sedile davanti a me. Proprio quello, nonostante ci sia più di mezzo vagone vuoto.
E’ una “risorsa” di apparente etnia nordafricana: giovane, piuttosto alto, volto irregolare, occhi marrone chiaro, pupille a capocchia di spillo, capelli cortissimi, barba di più giorni, decisamente sporco.
Porta una felpa stazzonata e pantaloni bianchi macchiati.

Mi guarda. Sostengo lo sguardo poi pretendo di ammirare la campagna che scorre di fianco. Non parliamo.
L’ innegabile differenza di cultura ed abitudini rende vana, ad entrambi, l’ interpretazione dei segnali non verbali dell’ altro.
Non mi sento a mio agio. Rimango impassibile.

Alla prima fermata compare, dal fondo, la figura del controllore. La “risorsa” schizza fuori prima che gli venga chiesto il biglietto. Tiro un sospiro di sollievo.

Mi pare di sentire un accenno di cattivo odore.
Non ricordo di aver incrociato cani in passeggiata... mi guardo tuttavia le scarpe. Vuoi mai ne avessi pestata “una”. Niente. Le suole sono pulite, il sedile ed il pavimento pure.

Mostro il biglietto al controllore che annuisce e prosegue.

D’ improvviso l’ aria prende a puzzare di latrina. E’ un fetore selvatico, oleoso e persistente. E’ proprio merda!
Mi turo il naso e vedo una figura uscire dalla toilette. Mamma mia! Mi chiedo, si è cagato addosso?
I finestrini sono sigillati e l’ aria condizionata impedisce il ricambio.
Pare, tuttavia, che ci siano dei filtri perché l’ odoraccio pian piano si attenua, ma ci vuole un bel po’.

Di lì a un poco l’ episodio si ripete e allora intuisco la perfidia della compagnia ferroviaria: anziché mettere la toilette in un locale separato, dotato di un proprio sistema di ricambio d’ aria, hanno eretto un semplice separè e ci hanno cacciato dentro un cesso che scarica in una "vasca".
Ogni “oggetto” che vi entra, solido o liquido che sia, fa uscire nell’ ambiente una quantità di gas pari al proprio volume. E che gas!

Va da sé che mi tocca subire le conseguenze di tuttie le "gite" che i passeggeri  fanno  alla “ritirata”.

Cara "trenord", garantisco: mi hai fatto passare l’ ora più puzzolente della mia vita!

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(1) - Il linguaggio comune direbbe “due negre culone”, ma sarebbe razzista. Occorre quindi, nell’ impossibilità di vederle magre e slanciate, usare una forma “dimagrita” di discorso.